Dr.ssa Francesca Consonni


Fall down seven times, get up eight

Il cadere viene spesso socialmente legato al concetto di errore, fallimento, resa. Siamo così abituati a pensare che non si debba mai cadere e ci sfugge un elemento e aspetto importantissimo della caduta, cioè il fatto che esso possa diventare uno strumento di conoscenza, di accettazione, un punto di forza. Da piccoli i neonati imparano ad alzarsi e camminare partendo dal pavimento, dalla terra e usando il suolo come palestra di apprendimento e forza per sfidare la gravità, appropriarsi dell’equilibrio, sviluppare coordinazione e relazionarsi con lo spazio e il tempo. Lo fanno cadendo e rialzandosi, cadendo e rialzandosi, cadendo e rialzandosi. Purtroppo non appena il bambino diventa motoriamente autonomo spesso i genitori iniziano a mandare messaggi squalificanti relativi al contatto con la terra (‘alzati, ti sporchi tutto, tirati su, non si sta a terra, ti fai male, per terra ci sono i microbi…’) e il bambino inevitabilmente impara a considerare il gattonare, lo strisciare, il rotolarsi e il cadere come comportamenti da evitare perchè non graditi e sbagliati, inopportuni. Cadere è invece inevitabile e utile. Le arti marziali orientali lo insegnano da millenni: il vero maestro è colui che sa cadere e dalla caduta può ancora mettersi in gioco e vincere.

Lasciamoci allora cadere, permettiamocelo senza il timore di farci male, o giudicandolo male, ma sapendo che da giù possiamo contare su una terra accogliente e resiliente che ci darà la spinta per rialzarci rinnovati. Recuperiamo l’esperienza che abbiamo fatto da piccoli e che ci racconta che le nostre cadute sono state necessarie al nostro camminare.

Il video che ho scelto racconta splendidamente l’esperienza corporea del cadere e rialzarsi. Più il mio corpo pone fiducia nel cadere e impara a fare tesoro della risorsa del suolo, più dentro di me abiterà anche il simbolo ad esso legato, cioè l’idea che tutte le volte che non riuscirò ad ottenere un obiettivo non mi sentirò sconfitto o fallito, perchè grazie alla terra recupererò la spinta per rinascere e ricominciare.

Questo il video: fall seven times

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L’arte della cura

Queste riflessioni le scrissi qualche tempo, ma le sento ancora molto attuali..

Il bosco che abito ormai da anni. Quello della cura. All’inizio del mio ingresso lo percepivo fitto, buio, caotico. Ora invece al suo interno riesco a riconoscere la varietà delle piante che vi dimorano. Meravigliosamente infinita. Apprezzo e scelgo la diversità degli alberi. La loro bellezza. Tanto maestosa quanto fragile. Il loro bisogno di accudimento. Quello che opero da anni è un allenamento costante, impegnativo, faticoso, che mi ha portato a sentire quando queste delicate nature necessitino di aria (‘dai estirpiamo insieme le erbacce che ti soffocano’). O invochino più luce (‘un attimo, ti faccio spazio, guarda qui fuori’). O inaridiscano perché hanno sete (‘ho con me ancora un goccio, è tutto per te se lo vuoi’). Semplicemente desiderino essere viste (‘io sono qui, ti ascolto’).
Un bosco che appariva senza uscite e senza inizi. Il luogo ora delle sorprese e della crescita, del dolore inaspettato, della gioia conquistata e della paura, dell’incontro e della fuga, dell’impotenza, della vittoria, dell’ansia, della calma.
Il bosco che a tratti prende nutrimento da una terra sì bagnata e scivolosa, ma densa, feconda, calda, ricca, che guarda al cielo, capace di inondare di luce e contenere
Questa è la mia Psicoboscoterapia: il mio viaggio di scoperta e riflessione sui mondi possibili e percorribili. Il viaggio del disvelamento delle risorse comunicative e corporee chiamate quotidianamente in causa e in aiuto. Il viaggio della creatività che si compie attraverso la parola, il gesto, il fare con. Come fosse un’arte, l’arte della cura.
Ho vissuto e vivo la potenza della relazione come agente di cambiamento. Reciproco, investe anche me. Mi affido con fiducia all’ascolto, non giudicante, che mi aiuta a riconoscere i confini tra i bisogni altrui e quelli miei.
Ora percepisco più nitido il mio vedere, mi permette di prendere le distanze emotive dalle fantasie, ombre e proiezioni. Alimenta il mio vissuto grazie all’esperienza dell’altro, mi riempie.
Sento la meraviglia e lo stupore nel riconoscimento del grande valore che accompagna il mio muovermi sicura nel bosco del disagio.
Mi sento molto fortunata per il lavoro che ho scelto. Rimane vivo e forte il desiderio in me di proseguire oltre, esplorare le strade che ancora sento impervie, avvicinarmi a nuove piante, quelle che non conosco, quelle nascoste, quelle apparentemente spoglie, costruendo sentieri e passatoie o dando spazio perché esse diventino visibili e raggiungibili, rigogliose e forti. Libere.

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L’illustrazione è di Silvana Battistello


Valore è..

‘Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord, qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.’
(Erri De Luca).

Tutto è permeato di valore, siamo noi ad attribuirlo.

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L’illustrazione è di Marco Cazzato.


Di tutto restano tre cose..

‘Di tutto restano tre cose: la certezza che stiamo sempre iniziando, la certezza che abbiamo bisogno di continuare, la certezza che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare dell’interruzione un nuovo cammino, della caduta un passo di danza, della paura una scala, del sogno un ponte, del bisogno un incontro’. (F Pessoa).

Mai come ora queste parole mi infondono un calda sensazione di speranza e serenità.

L’illustrazione è di Silvia Lazzarin illustrazioni

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Siamo come funamboli

‘E scrivere, danzare, comporre, dipingere, sono la stessa cosa che amare. Funambolismi.’ (Maxence Fermine).

C’è sempre un equilibrio da aggiustare e dei piccoli movimenti da ripetere e modificare di volta in volta per mantenerci saldi e sicuri lungo il filo dell’amore. A volte è necessario fermarci per riprendere il fiato e aspettare il momento buono per compiere il passo successivo; altre volte possiamo permetterci anche delle piccole corse o acrobazie sul filo, tanto siamo certi che possa sorreggerci senza farci cadere; ogni giorno è necessario tenerlo pulito e curato, perché possa sostenerci nonostante le inevitabili sferzate del vento.

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Io sono il viaggio

‘Ho imparato a non avere più alcuna fretta. Ho iniziato ad essere più gentile con i miei passi. Dopo tutto, non c’è alcun posto dove allontanarmi da me stesso. Perché io sono il viaggiatore e il viaggio.’ (A Degas).

Rispettare il proprio tempo e concedersi un passo comodo e buono significa stare nel presente, aver cura dei propri bisogni, tenersi in considerazione, accogliere e riconoscere i propri limiti, amarsi.

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Possiamo volare

‘A ciascuno il compito di trasformare le proprie ferite in punti di inserimento per le ali’. (J Sullivan)

Oggi un paziente mi ha chiesto se riuscirà mai dimenticare quello che gli è accaduto da piccolo. Gli ho risposto che no, non dimentichiamo ciò che abbiamo vissuto ma possiamo trasformarlo e farsí che diventi un nostro pezzetto interno prezioso e amato, il punto in cui far nascere qualcosa di diverso e meraviglioso. Delle splendide ali, perché no?

Tutto questo attraverso un cammino di fiduciosa attesa, accoglienza, comprensione e riconoscimento delle emozioni e dei pensieri che sono legati a quel trauma…E allora arriverai a non pensare più di voler dimenticare, ma ti accorgerai che in un certo senso sarai addirittura fiero e orgoglioso di aver cura e conservare quel pezzetto dentro di te.

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Desiderio di purezza..

‘Occorreva che liberassi quello che era represso in me; che convogliassi tutto quello che era disperso in un’unica corrente, per fondere in essa tutto quello che sapevo, che ero, che avevo capacità di fare; bisognava profondere in essa tutta la mia esperienza di vita di montagna, di boscaglia, la poca esperienza di guerra, la mia resistenza e il mio senso d’orientamento, l’ostinatezza, lo spirito di avventura, il mio inesauribile desiderio di purezza, di miracolo, il mio anelito a realizzare me stesso, a essere una volta tanto, forse unica volta nella mia vita, senza compromessi di sorta, tutto quello che avevo potuto essere e che per mille ragioni non fui.’

Dal libro Fuga sul Kenya di Felice Benuzzi, una straordinaria lettura che racconta l’avventura, realmente accaduta, della fuga dell’alpinista italiano, insieme a due compagni, da un campo di concentramento britannico per tentare la scalata al monte Kenya.


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(Illustrazione di Emiliano Ponzi)


Abbiamo tutti un Cavaliere in cuore

‘In cuore abbiamo tutti un Cavaliere
pieno di coraggio,
pronto a rimettersi sempre in viaggio,
e uno scudiero sonnolento,
che ha paura dei mulini a vento..
Ma se la causa è giusta, fammi un segno,
perché – magari con una spada di legno – andiamo, Don Chisciotte, io son con te!’

(Gianni Rodari -Don Chisciotte)

 

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Piano Mirroring

Qualche giorno fa ho vissuto un’esperienza incredibile e unica. Un regalo che mi è stato fatto e che mai scorderò. Si chiama ‘PianoMirroring’. Sono entrata in una stanza un pò magica, un atelier colorato di quadri, libri, un posto caldo, intimo, rassicurante. Buona parte dello spazio era occupata da un pianoforte a mezza coda. Presenza viva insieme ai quadri e ai libri. Qui mi sono prestata a farmi ascoltare e ad ascoltare: Alessandro (Sironi, pianista compositore poeta ricercatore) mi ha accolto e invitato a sedermi oltre il pianoforte e ad incontrarci con lo sguardo. Da qui è iniziato un dialogo sonoro, una musica che piano piano prendeva forma dalle sensazioni che Alessandro coglieva e che mirabilmente improvvisava facendo scorrere le sue mani sulla tastiera infinita dello strumento. Senza mai guardare le sue mani ma rimanendo fermo e centrato sui miei occhi. Attento, umile, mai giudicante, uno sguardo profondo ma non invasivo, curioso, sensibile, delicato, preciso, sincero. Per una mezz’ora ho ascoltato la mia musica, quella che Alessandro ha permesso che si svelasse, unendo le note che lui ha sentito appartenere a me, al mio mondo emotivo e alla mia vita. E per quella mezz’ora il tempo si è fermato e mi sono ritrovata in altri luoghi, del passato, strade antiche e dolorose, alcune ancora inesplorate, alcune così familiari, altre così desiderate, altre ancora sconosciute. Ho provato emozioni molto forti, alcune spiacevoli, altre piacevoli, alcune poco nominabili, perchè così viscerali e corporee. Ho pensato che Alessandro ha scoperto e inventato un modo davvero interessante e stupefacente di entrare in contatto con l’altro e offrigli l’occasione di ‘sentirsi’ attraverso una melodia, la sua melodia. Oltre la parola.
Ho pensato che la musica, così come tutte le arti, possono essere potentissime se usate sapientemente e sono un linguaggio universale che permette un dialogo in cui nessuna diversità conta ma solo il rispetto e il valore per l’essere umano.
Grazie Alessandro Sironi per aver letto dentro di me e avermi suonata.
Grazie a Stefano per avermi fatto questo regalo preziosissimo.

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Se volete saperne di più potete curiosare su: Piano Mirroring


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